Domenico De Cerbo



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Elogio della Pensione

Durante la mia vita lavorativa il solo interesse per il quale ho trovato ritagli di tempo per coltivarlo è stata la fotografia. Gli altri (teatro, letteratura) sono rimasti accantonati per oltre trent'anni, con la consapevolezza, però, che li avrei ripresi al momento di andare in pensione. Cosa che è avvenuta puntualmente.

Devo riconoscere però, che sono stato fortunato: innanzi tutto perché ho potuto uscire dal lavoro ad un'età relativamente bassa (58 anni), prima che le modifiche legislative iniziassero progressivamente ad innalzarla, poi perché posso contare su un reddito che mi assicura una certa tranquillità.

Penso con amarezza alla gioventù attuale, che - se non riuscirà a cambiare radicalmente le cose - non sa se, quando e come potrà raggiungere la pensione.

Elogio dell'ozio

Naturalmente non mi riferisco all'accezione corrente del termine 'ozio', che fa venire in mente l'assenza di ogni occupazione, lo stravaccamento abituale sul divano con birra e sigaretta, al massimo la televisione sullo sfondo.
Penso piuttosto al concetto latino di Otium, o a quello greco di Σχολἠ: l'esaltazione del proprio essere umano nell'umanesimo, la libertà di appropriarsi del tempo per dedicarsi a ciò che si desidera conoscere e fare, lo spazio della propria identità, della riflessione e della condivisione.

Certo, le società dei latini e dei greci erano fondate su rigide divisioni di classe, c'erano coloro che lavoravano - la maggior parte delle persone, liberi o schiavi che fossero - e coloro che vivevano in virtù del lavoro degli altri: solo questi ultimi potevano dedicarsi alle attività ricomprese nel nobile concetto di ozio: la politica, la letteratura, le scienze, la cura della persona e così via.

Oggi, almeno formalmente, non è più così. Dico 'almeno formalmente' perché lo sfruttamento del lavoro altrui non è affatto cessato, anche se nelle varie epoche ha assunto modalità diverse, ed anche oggi gli strati più bassi delle popolazioni sono tenuti in condizioni di inferiorità economica e culturale che di fatto li esclude da quelle attività, e comunque da uno stile di vita libero e consapevole.

La società è sempre più dominata dal capitale, che ne condiziona le scelte politiche e di sviluppo in direzioni tese a perpetuarne il predominio. L'ideologia del capitale è diventata la nuova religione, che attraverso il controllo dei mezzi di conoscenza viene portata ad essere il credo anche di coloro il cui interesse sarebbe l'opposto. La scuola sempre meno è formativa e sempre più finalizzata al lavoro. Il lavoro sempre più specializzato e totalizzante, teso a perpetuare l'esistente. Le condizioni materiali dei lavoratori mantenute scientemente entro i limiti al di sotto dei quali ci sarebbe il rischio della ribellione, e quei limiti si spostano progressivamente in basso parallelamente all'estensione dell'indottrinamento generalizzato.

Queste mie parole non vogliono certamente essere un'analisi, ma riflessioni in libertà che siano di stimolo alla ricerca di un pensiero e di una cultura liberi.




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